IV DOMENICA ORDINARIA
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Riflessione
La IV Domenica del Tempo Ordinario ci presenta Gesù come il Profeta per eccellenza. Il brano si apre con il versetto che era servito domenica scorsa da chiusura: la luminosa affermazione di Gesù sulla propria identità di profeta escatologico che, pieno di Spirito Santo, attualizza l’oggi di Dio. Il richiamo dello stesso passo serve a far capire la reazione scomposta degli abitanti di nazaret.
Nella persona di Gesù si realizza la Parola di Dio che annunciava la liberazione, condensata in quel “lieto annunzio” ai poveri e nell’anno di grazia. Dopo una prima favorevole e plebiscitaria accoglienza fatta di consenso e sorpresa meraviglia, si intrufola un lancinante sospetto: “Non è il figlio di Giuseppe?”. La doppia identità di Gesù, insospettabile profeta escatologico e conosciuto abitante di Nazaret, crea uno iato che blocca la gente. Manca la prova che lo legittimi come l’autentico inviato.
A questo punto Gesù porta in emersione il dubbio che cova all’interno degli animi. Il proverbio, ampiamente sfruttato nella letteratura rabbinica, richiede che Gesù metta in luce le credenziali esibite altrove. Il proverbio è specificato nella frase che segue: «Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Si tratta dei miracoli che Gesù ha compiuto a Cafarnao (Cfr. Mc 1,21ss.; 2,1ss.), non registrati da Luca che ha anteposto il discorso di Nazaret, scegliendolo come discorso inaugurale di tutto il vangelo. Insomma, la gente esige dei segni prodigiosi come testimonianza di una identità diversa da quella finora conosciuta. «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria», perchè si presume di conoscerlo e non si attende da lui nulla di diverso da ciò che già si conosce. Non si è disponibili alla novità, alla sorpresa. Si pretendono allora dei segni che, come la cartina di tornasole, attestino una identità che non appare immediatamente. La ricerca dei segni inquina la vera fede perchè la riduce a un teorema: date certe premesse, si arriva a determinate conclusioni. Ieri come oggi si coltiva l’illusione che occorra vedere qualcosa per credere. E’ vero piuttosto il contrario: occorre credere per vedere qualcosa, la presenza stessa di Dio nella vita dell’uomo. Il rigore geometrico non fa quadrare il rapporto con Dio/Gesù, fondato piuttosto su uno slancio fiducioso di amore. Se manca la disposizione di aderire alla persona, di darle credito, manca il terreno perchè possa fiorire un miracolo.
Gesù cita la storia biblica per mostrare che, purtroppo, si è già verificato un rapporto invertito: mancando la disponibilità a credere, il profeta non ha potuto compiere miracoli, rivolgendosi altrove, ai pagani. I casi di Elia e di Eliseo sono eloquenti e stanno sotto gli occhi di tutti. Il messaggio è fin troppo chiaro per non ferire in profondità: la salvezza migra da Israele agli altri popoli o, almeno, gli altri non sono più degli estranei.
La reazione è feroce e generale. Gli abitanti di Nazaret sono stati accusati di mancanza di fede nel loro cittadino più illustre, pretendendo dei segni che non erano capaci di accogliere. Il loro atteggiamento perpetua il rifiuto dei profeti e obbliga a orientarsi altrove. Si comprende allora la volontà di estraniarlo dalla comunità, un vero ostracismo che intende isolare Gesù dai suoi concittadini. Costoro tentano perfino di eliminare lo scomodo profeta, e anche in questo si allineano con la perversa tradizione di zittire le voci scomode. Ma Gesù sovranamente padrone della situazione, decide lui quando sarà tempo di dare la vita.
La denuncia di Gesù è stata un urgente appello ad una comunità miope nel riconoscere la sua persona e invecchiata nei suoi ammuffiti schemi. Facciamone tesoro contro la tentazione di cedere alla critica, all’insuccesso, al rifiuto.

